“L'icona è canale di grazia con virtù santificatrice”
La venerazione delle sante icone si fonda sulla fede nella Presenza di Chi vi è rappresentato, Presenza che viene conferita dalla Chiesa in forza del rito di benedizione con cui l'icona diventa un “sacramentale partecipe della sostanza divina”, luogo in cui Dio è presente, tempio della sua Santità, e che come tale santifica l'ambiente in cui si trova. Questo particolare carisma che la Chiesa ha affidato all'icona è stato confermato dai diversi Concili dei primi secoli del Cristianesimo, quando la Chiesa era ancora unita (lo scisma è del 1054), ed è questo carisma che distingue l'icona da una qualsiasi raffigurazione religiosa.
“Dio è presente nell'icona come il sigillo nella sua impronta” diceva S. Teodoro Studita. La cera riceve l'impronta del sigillo, ma non è il sigillo. Tuttavia c'è un rapporto di somiglianza. Nell'icona Dio è presente nella somiglianza che Egli ha concesso all'iconografo di rappresentare. E questo non dipende dalle capacità umane dell'artista, ma da ciò
che Dio gli concede. Anche un iconografo indegno come uomo può ricevere da Dio il dono di dipingere al servizio della Chiesa: egli è solo uno strumento per rappresentare ciò che la Chiesa crede, nel rispetto dei canoni fissati dalla Tradizione.
“L'icona rende presente la persona raffigurata”
“Ciò che il Vangelo ci dice con la parola, l'icona ce l'annuncia coi colori e ce lo rende presente”.
Rappresentando Gesù Cristo, la Madre di Dio, gli angeli o i santi, l'icona li rende misteriosamente presenti e questo distingue nettamente l'icona da un quadro.
L'icona non si dipinge ma “si scrive” (iconografo significa colui che scrive immagini): come la Parola scritta, essa insegna la verità cristiana, è una teologia in immagini. Ascoltare e vedere, la Parola e l'icona, sono dunque alla base di una conoscenza vissuta da chi è capace di “sapienza”, cioè del gusto dell'assaporare.
“L'icona è luogo d'incontro” : è per noi l'occasione di un incontro personale, nella grazia dello Spirito, con colui che essa rappresenta. Più il fedele guarda le icone, più si ricorda di colui che vi è rappresentato e si sforza d'imitarlo; ad esse egli testimonia rispetto e venerazione, ma non l'adorazione, che è dovuta unicamente a Dio.
I fedeli ortodossi anche oggi si recano a pregare presso una icona proprio con la fiducia di un incontro benefico con una realtà personale anche se invisibile. (Nelle case russe c'era sempre “l'angolo bello”, cioè un angolo della stanza d'ingresso o altra, nel quale venivano appese alcune icone con davanti una lampada sempre accesa. C'era anche l'abitudine di portare sempre con sé delle piccole icone portatili).
“La bellezza salverà il mondo” ha scritto Dostoevskij, ed è vero, perché l'uomo è stato creato per la Bellezza (Sal. 45, 3: “Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo”). Teologicamente “bello” è sinonimo di “buono”. I frammenti di bellezza che vediamo in questo mondo terreno sono la Presenza di Dio fra gli uomini. E questa Bellezza è lo Spirito Santo. Allora un'icona è “bella” non quando risponde ai canoni dell'arte profana, ma quando è “vera”, quando cioè la sua Bellezza è tutta interiore.
“Icona: esperienza dello spirito”
Nell'iconografia la tecnica non basta, perchè non è la perfezione estetica che fa l'icona; l'iconografo, anche se laico, deve avere la coscienza di compiere una missione al servizio della Chiesa. La sua opera può essere un capolavoro artistico, ma se non vi corrisponde la sua vita, se mancano l'umiltà, l'amore e la preghiera, se non vi si respira il soffio dello Spirito, per quanto “bella” possa essere non sarà mai un'icona. Diversamente dall'artista che con libertà creativa segue la sua ispirazione, l'iconografo è legato a dei modelli e li copia fedelmente, per non incorrere in errori teologici; inoltre non esprime emozioni personali, né firma l'icona, perché sa di essere solamente uno strumento dello Spirito; l'icona non nasce nel laboratorio dell'iconografo, ma nella profondità del suo cuore, là dove egli ha fatto un'esperienza di Dio. Il senso dell'icona sta nella comunicazione di questa esperienza spirituale da cui è nata, esperienza resa possibile solo dallo Spirito Santo. L'iconografo, consapevole della grande responsabilità che si assume accostandosi a rappresentare il Volto di Dio, ha il dovere di migliorare incessantemente la sua tecnica e, cosciente della propria indegnità, si abbandona come docile e umile strumento al soffio dello Spirito. Egli sa benissimo che non è lui a rivelare la Divinità, ma che è la Divinità stessa che nell'icona si rivela alla coscienza di chi prega con essa evocandone l'archetipo. L'iconografo si limita ad offrire il suo cuore e le sue mani a Dio, per scostare un poco il velo di questa “finestra sull'Invisibile” che è l'icona. E' chiaro che egli deve impegnarsi al massimo sul piano tecnico, ma è solamente lo Spirito Santo che attraverso l'icona può agire su chi la guarda, liberando gli occhi del suo cuore dalle scaglie che lo rendono cieco. Per quanto numerose siano le icone che si ispirano ad uno stesso modello, non possono esistere icone “vere” identiche: ognuna è sempre originale, unica, perché unica e irripetibile è l'esperienza da cui nasce.
“Beati i vostri occhi perché vedono…”
Non si può guardare un'icona con gli occhi dei sensi: non se ne riceverebbe niente. In essa infatti non è rappresentata la realtà come i nostri occhi la vedono, ma il mondo trasfigurato. Questa realtà spirituale ci viene rappresentata con un linguaggio simbolico che, rivolto all'inconscio, lascia indifferente (quando addirittura non lo disturba) l'uomo carnale, l'uomo cioè che appesantito dagli interessi del mondo dirige il suo sguardo costantemente verso il basso, nell'ingenua presunzione di voler capire tutto. La capacità di contemplare un'icona è un dono gratuito che proviene da Dio e genera nell'uomo conversione. Non c'è visione senza conversione ricevuta in dono. E' puro dono dello Spirito se ad un certo momento la sola presenza dell'icona apre una breccia nel cuore dell'uomo più indifferente, che ne assorbe così il messaggio e comincia ad alzare lo sguardo verso l'alto. La forza dell'icona sta nel solo suo “esserci”; essa agisce con la sua sola presenza. “Magari ci vogliono anni, ma prima o poi un'icona parla, sempre.”
La strada della comprensione di un'icona non è dunque la strada delle scienze e delle arti, ma è la strada aperta dallo Spirito Santo. “Le radici dell'occhio sono nel cuore” : se hai il cuore puro hai una vista immensa, vastissima, infinita.
Tutta la storia dell'umanità si anima e prende vita attorno a questo evento: Dio ha preso un volto d'uomo e tale Volto è il luogo privilegiato della sua Rivelazione. Su questa convinzione riposa l'arte dell'icona intesa come trasparenza del bello, trasparenza di Dio.
Un'icona è una rivelazione
Un'icona è la Rivelazione
Un'icona sei tu.
Dio non ha né forma, né dimensione, né colore, né volume.
Ma Dio per rivelarsi, per "raccontarsi" s'è dato un'Immagine, un'Icona che ha forma colore dimensione e volume: è l'essere umano, uomo e donna insieme.
Dicono i Padri: "L'Icona è il visibile dell'Invisibile!".
Perciò l'Icona chiede non solo di essere guardata, contemplata, ma chiede soprattutto d'essere pregata. Essa viene a sostenere il cuore mediante lo sguardo. Non seduce, non distoglie lo sguardo dal suo radicamento nel cuore. Lo sguardo si posa sull'Icona per raccogliersi in quella profondità del cuore che è incline a pregare. L'icona è qui per essere raggiunta al di là di se stessa, nell'ardore di un cuore unito al suo Dio. A lungo andare si possono chiudere gli occhi: è sufficiente la Presenza che l'Icona offre al di là dell'immagine.